Salute: con i parti pretermine meno antiossidanti nel latte materno

Il latte materno, non ha la medesima concentrazione d’antiossidanti, nelle madri pretermine, rispetto a coloro che hanno portato a regolare termine la loro gestazione, lo rivela uno dell’Università di Granada e dell’Ospedale Universitario di San Cecilio, sempre nella stessa città spagnola.
La ricerca è stata condotta su 30 madri, 15 con gestazione nei tempi normali e l’altra metà che aveva partorito prima del termine. A tutte le donne sono stati prelevati campioni di latte ed è stato fatto riempire un questionario sulle abitudini alimentari dell’intero campione. Gli studiosi poi hanno verificato i risultati delle analisi giungendo a dimostrare che, al di là delle diete delle donne, la concentrazione dell’antiossidante Coenzima Q10 nella prima fase del latte materno, era del 75% maggiore nelle madri che avevano portato a termine la gravidanza nei tempi stabiliti, rispetto a quelle che avevano partorito prima del termine dovuto.
Inoltre per gli studiosi avere una sempre più precisa idea della composizione ideale dell’alimenti ideale del neonato, il latte materno, apre la possibilità di realizzare un latte artificiale il più possibile simile al latte materno, da usare nei casi in cui non sia possibile l’allattamento al seno della madre. Il fine ultimo di questa ricerca è, dunque, quello d scoprire la formula del latte artificiale che più si avvicina al latte materno dando così la possibilità di fornire un alimento con gli stessi benefici del latte della madre.

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Latte meno nutriente se il parto è pretermine

Il latte materno può essere carente di nutrienti essenziali se il parto è avvenuto pretermine.
In particolare, i livelli di coenzima Q10 nel latte delle donne che hanno partorito prima della scadenza dei 9 mesi sono del 75% più bassi rispetto ai parti a termine. La scoperta è merito di un gruppo di ricercatori dell’Università di Granada e dell’ospedale universitario San Cecilio, che hanno analizzato il latte di 30 donne, la metà delle quali aveva partorito con qualche settimana di anticipo.
Gli scienziati spagnoli hanno valutato sia il colostro, sia il latte di transizione ed il latte maturo, analizzando i livelli di coenzima Q10, quelli di tocoferolo (un altro antiossidante) e l’attività antiossidante totale del latte.
I ricercatori hanno inoltre somministrato alle neomamme un questionario sulle loro abitudini alimentari per valutare eventuali correlazioni tra composizione del composizione del latte prodotto e alimentazione.
Dai risultati, pubblicati su Free Radical Research, è emerso proprio che, indipendentemente dalla dieta della mamma, era la lunghezza del tempo gestazionale a influenzare la composizione del latte. In effetti i livelli medi di coenzima Q10 nel colostro erano del 75% più bassi nelle madri pretermine (0.4 µmol/l) rispetto a quelle che avevano partorito allo scadere delle 40 settimane fisiologiche. Stessi risultati per il tocoferolo.
Questi risultati sono importanti, prima di tutto perché danno informazioni essenziali sui reali bisogni nutrizionali dei più piccoli, ed inoltre riguardano una componente del latte materno fino ad oggi poco studiata. Queste conoscenze permetteranno anche di perfezionare le composizioni dei latti artificiali così da renderli in più simile possibile a quello naturale.
I più autorevoli organismi internazionali (come l’Oms) raccomandano durante il primo anno di vita l’allattamento al seno e, suggeriscono, come fonte lattea nello svezzamento, l’impiego delle formule di proseguimento solo quando l’allattamento materno non è più possibile.
Tra le scoperte più recenti circa i pregi del latte materno c’è la scoperta della capacità del sistema immunitario della madre di reagire “migliorando” la capacità protettiva del latte se esposta, con il bambino, a virus e batteri durante il periodo dell’allattamento. Non solo dunque il latte materno protegge contro le infezioni stimolando l’immaturo sistema immunitario del bebè, ma è il latte stesso che si rafforza nelle sue qualità se la madre è esposta a virus o batteri durante l’allattamento.
L’allattamento al seno, inoltre, secondo i dati di una ricerca condotta presso l’ospedale universitario di Groninga, in Olanda, annulla i danni al cervello provocati ai bambini dal fumo delle mamme nel corso della gravidanza, grazie alla presenza di acidi grassi polinsaturi a lunga catena contenuti nel latte materno, capaci di promuovere un maggiore sviluppo cerebrale e controbilanciare gli effetti dannosi del fumo ‘passivo’ assorbito durante la gravidanza.

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Parto prematuro rende il latte materno meno nutriente: manca l’enzima Q10

Quando una donna è incinta, all’interno del suo corpo avvengono tanti e tali cambiamenti correlati tra loro che difficilmente si possono classificare tutti. Un recente studio ha dimostrato che il parto prematuro influisce sul latte materno rendendolo meno nutriente per il bambino. Eppure qualche tempo fa una ricerca ha dimostrato che l’allattamento al seno rende i bambini più intelligenti. C’è qualcosa di discordante oppure dobbiamo approfondire?

Gli scienziati hanno analizzato il latte di alcune gestanti che hanno avuto un parto prematuro e hanno notato come risultasse carente di alcuni importanti componenti, come il Q10, un prezioso enzima antiossidante utile al trasporto di elettroni. Lo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Granada e dell’Ospedale San Cecilio, in Spagna, è stato recentemente pubblicato su Free Radical Research: mettendo a confronto trenta donne che allattavano al seno, di cui quindici avevano partorito prematuramente, gli esperti sono giunti alla conclusione che le madri con bambini nati regolarmente presentavano un latte materno con livelli di Q10 più alti del 75% rispetto a quelle con figli prematuri, e lo stesso valeva per il tocoferolo e altri antiossidanti. Le donne prese in analisi hanno infrmati i medici anche sulle loro abitudini alimentari, ma queste non hanno influito minimamente sul contenuto del latte. L’allattamento al seno fa bene alle donne colpite dal cancro, ma il latte deve essere “maturo” per poter far bene anche al nascituro.

Non c’è niente di meglio per i neonati che nutrirsi col latte della mamma per rifornirsi di sostanze nutritive e necessarie al corretto sviluppo delle capacità intellettive e organiche. E’ vero che nel corpo delle donne incinte ci sono 163 sostanze chimiche tossiche, ma è anche vero che nel latte materno ci sonopreziosi componenti utili alla naturale crescita dell’organismo appena nato. “Avere una profonda comprensione dei fattori e dei componenti del latte materno è fondamentale – hanno spiegato gli esperti – in quanto può aiutare a raggiungere una migliore formula di latte per i neonati. In questo modo, anche se il bambino non può beneficiare del latte naturale, almeno gli sarà data la possibilità di mangiare artificialmente beneficiando degli stessi vantaggi del latte materno”. Il latte materno è difficilmente sostituibile, ma se risulta carente di qualche antiossidante, almeno così sipotrà rimediare artficialmente. Il latte è il cibo principale per i bambini nei pimi mesi di vita e questo deve essere il veicolo del loro maggiore apporto salutare.

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Parto prematuro? Latte meno nutriente per le neo mamme

Se il bambino nasce prima dei 9 mesi, il latte della mamma risulta carente di sostanze antiossidanti importanti come il coenzima Q10 e il tocoferolo. E’ quanto emerge da una ricerca dell’Università di Granada e dell’Ospedale San Cecilio, in Spagna. In particolare gli studiosi hanno voluto capire se il latte delle madri a termine e quello delle donne che avevano partorito prematuramente presentassero concentrazioni diverse di Q10. Per svolgere questo esame, i ricercatori hanno sottoposto ad esperimento trenta donne che allattavano al seno: di queste, quindici avevano partorito prematuramente, le altre invece avevano portato a termine la gravidanza regolarmente. Gli scienziati, dopo aver fatto elaborare i risultati grazie ad un software creato ad hoc dall’Università di Granada, sezione Istituto di Nutrizione e Tecnologia Alimentare, “Jose Mataix”, sono giunti alla conclusione che le madri con bambini nati regolarmente presentavano un latte materno con livelli di Q10 più alti del 75% rispetto a quelle con figli prematuri. Risultati simili sono stati ottenuti anche per il tocoferolo. Alle neo mamme sono stati anche fatti compilare dei questionari per indagarne l’alimentazione e poterne escludere l’influenza sulla composizione del latte. Ipotesi questa confermata dai risultati che hanno individuato nel periodo gestazionale l’unico fattore influente. Per i ricercatori si tratta di risultati importanti, soprattutto perché forniscono informazioni essenziali sui reali bisogni nutrizionali dei più piccoli. Il latte materno è infatti l’alimento ideale per il neonato, in quanto fornisce le sostanze nutritive necessarie per la sua crescita e il suo corretto sviluppo. Queste scoperte aiuteranno inoltre a rendere il latte artificiale sempre più simile a quello materno, permettendo una corretta alimentazione del bambino anche quando non è possibile l’allattamento al seno.

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El déficit de cobre y zinc podrí­a estar asociado al aborto espontáneo

Científicos de la Universidad de Granada han confirmado que un bajo nivel plasmático de cobre y zinc en mujeres embarazadas puede ser un factor asociado al aborto espontáneo, una hipótesis que hasta ahora no había sido confirmada y que nunca se había comprobado en humanos.

El estudio, que se publicará próximamente en Obstetrics and Gynecology, cuenta con la participación de 265 mujeres embarazadas. De éstas, 132 padecían un aborto espontáneo. El resto eran mujeres con embarazo evolutivo. A todas se les practicó una ecografía, se les extrajo una muestra sanguínea para realizar determinaciones analíticas y se les pasó un cuestionario. En total, se recogieron 131 variables en cada participante.

Los resultados mostraron que mediante la comparación controlada entre el grupo de mujeres que abortaron y el de embarazadas con normal evolución de su embarazo se pudo determinar la existencia de diferencias en las concentraciones plasmáticas maternas de cobre y zinc.

Estos hallazgos sugieren que la deficiencia materna de uno o ambos oligoelementos puede asociarse a la aparición de aborto espontáneo, lo que abre nuevas e interesantes líneas de investigación en este campo, hasta el momento poco explorado.

Aparte de la influencia que cobre y zinc puedan ejercer en la aparición de abortos, se han hallado datos de interés de otras variables como la homocisteína, la suplementación preconcepcional y prenatal con yodo y folatos, la disfunción tiroidea o el consumo de fármacos en las primeras semanas del embarazo.

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Hablar dos idiomas retrasa Alzheimer

El dominio de una segunda lengua puede ejercitar de tal manera al cerebro que parece retrasar la aparición del mal de Alzheimer, dijeron científicos el viernes.

¿Nunca aprendió a hablar otra lengua? Aunque esta investigación se centra sobre todo en las personas que han sido bilingües desde hace mucho tiempo, los científicos creen que incluso aquellas personas que aprendan un nuevo idioma en su vejez también pueden beneficiarse.

Mientras más hábil sea alguien en el manejo de otra lengua es mejor, pero »todo sirve de ayuda», dijo Ellen Bialystok, profesora de psicología de la Universidad de York, en Toronto.

La mayor parte del estudio sobre el bilingüismo se centró en niños pequeños. Los científicos se preguntaban por qué el simple hecho de hablarle a los niños en dos idiomas les permite aprender ambos en el mismo tiempo que la mayoría de los pequeños toman para aprender uno.

Dijeron que su cerebro parece volverse más flexible y más capaz de realizar varias tareas a la vez. A medida que crecen, su cerebro muestra un mejor »control ejecutivo», una característica que permite un mejor funcionamiento. En palabras de Bialystok, es »la parte más importante de tu mente».

¿Y cómo es que hacer malabarismos mentales cuando se es joven se traduce en una especie de mejor protección contra el deterioro cognitivo cuando se es viejo?

Bialystok estudió a 450 pacientes con Alzheimer, todos ellos con el mismo grado de deterioro en el momento del diagnóstico. La mitad han hablado dos lenguas con regularidad durante la mayor parte de sus vidas y el resto son monolingües.

Los pacientes bilingües tuvieron síntomas de Alzheimer y fueron diagnosticados entre cuatro y cinco años más tarde que aquellos pacientes que hablaban una sola lengua, dijo la investigadora durante la reunión anual de la American Association for the Advancement of Science (Asociación Estadounidense para el Avance de la Ciencia, AAAS).

El ser bilingüe no hace nada para evitar que alguien tenga el mal de Alzheimer, pero una vez que la enfermedad inicia su ataque silencioso, esos años de »control ejecutivo» le ofrecen a la persona una gran protección para que los síntomas no se manifiesten tan rápido, dijo Bialystok.

»Ellos han sido capaces de afrentar la enfermedad», dijo.

La profesora de psicología Teresa Bajo, de la Universidad de Granada en España, dijo que los pacientes bilingües tienen esencialmente ambas lenguas »encendidas» todo el tiempo, pero que el cerebro aprende a inhibir la que no es necesaria.

Esa es una actividad bastante constante, pero no es la única área donde ocurre.

La psicóloga de la Universidad de Columbia Británica Janet Werker estudia a niños expuestos a dos idiomas desde su nacimiento para ver por qué no confunden ambos, y dice que los bebés bilingües aprenden muy pronto a prestar más atención que otros.

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LOS MÁS DORMILONES, LOS MEJORES EN MATEMÁTICAS

Los adolescentes que más horas duermen son los que sacan mejores notas en Matemáticas, según un estudio realizado por investigadores de la Universidad de Granada y la Junta de Andalucía.

En declaraciones a Servimedia, el profesor de la institución granadina Raúl Quevedo explicó que «los mejores rendimientos se encuentran entre aquellos alumnos con un patrón de sueño medio (siete u ocho horas), pero hemos visto desviaciones atípicas (especialmente altas) en las notas que obtienen en Matemáticas» los que duermen más de nueve horas.

La investigación, publicada recientemente en la revista ?International Journal of Clinical and Health Psychology?, se realizó entre 592 estudiantes de 12 a 19 años de un centro de Secundaria rural en la provincia de Sevilla, todos ellos con similar nivel socioeconómico (medio).

Los alumnos se dividieron en tres grupos según el tiempo que cada uno dedicaba al sueño: seis horas o menos, entre seis y nueve horas y nueve horas o más.

Según sus resultados, las mejores calificaciones en conjunto se obtienen en los patrones de sueño medio, especialmente en Educación Física.

Sin embargo, las notas más altas de Matemáticas se ven claramente en aquellos alumnos que duermen más, apuntó Quevedo, quien aclaró que «en cualquier caso, los peores resultados figuran siempre en los patrones de sueño corto».

Los autores apuntan a las exigencias propias de cada materia y a la somnolencia y capacidad de concentración que los alumnos desarrollan durante las clases.

Otro factor que influye en el rendimiento académico es el tiempo que las personas tardan en conciliar el sueño desde que se acuestan con esta intención (latencia), pues los que tardan menos de 15 minutos también sacan mejores calificaciones, concluye el estudio.

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Aprender idiomas es lo mejor para evitar el alzheimer

Aprender idiomas es la mejor gimnasia cerebral que existe, ya que no sólo proporciona la capacidad de comunicarse con otros, sino previene demencias seniles como el alzheimer, aseguró este sábado un panel de expertos en Washing

Durante la reunión anual de la Asociación Estadounidense para el Avance de la Ciencia (AAAS), los investigadores indicaron que los estudios realizados con individuos en diferentes etapas de su aprendizaje, desde los bebés hasta los adultos, han demostrado que las personas bilingües tienen mayores capacidades de concentración y aprendizaje.

«Dicen que los niños que tienen dos idiomas parece que lo tienen más confuso pero eso no es así, ya que desde muy pequeños aprenden a separar los idiomas y evitan las interferencias», señaló la doctora María Teresa Bajo, del departamento de psicología experimental de la Universidad de Granada.

Alternar entre las lenguas permite ejercer la mente de manera más eficazLos idiomas tienen estructuras diferentes y requieren estructuras cognitivas diferentes, aseguró, pero está demostrado que los niños que aprenden dos idiomas, ya sea castellano y catalán, que tienen una raíz común, o sean dos idiomas totalmente diferentes, como el inglés y el francés, tienen la memoria activa en todo momento.

Esto beneficia a la capacidad de concentración a la hora de realizar una tarea y ayuda a desarrollar más algunas partes del cerebro.

Según explicó, los niños bilingües son capaces de cambiar de un idioma a otro sin dificultad y a diferencia de quien aprende un idioma de adulto, que tiene que dejar de pensar en uno para centrarse en el otro, ellos mantienen abiertos los dos canales.

Alternar entre las lenguas permite a las personas bilingües ejercer sus mentes de manera más eficaz que las personas que hablan un solo idioma, aseguró.

«Los niños bilingües son capaces de alguna manera de negociar entre la competencia de las lenguas, lo que incrementa sus habilidades cognitivas y les hace más capaces a la hora de realizar varias tareas a la vez», señaló.
Retrasar el envejecimiento

Pero no sólo ser bilingüe, sino también aprender un idioma de adulto puede ayudar a retrasar los efectos del envejecimiento, según explicó la doctora Ellen Bialystok, profesora de Psicología de la Universidad de York en Toronto (Canadá).

Son como un gimnasio para el cerebroBialystok mostró los resultados de un estudio realizado con 450 pacientes con alzhemier. La mitad había hablado dos lenguas la mayor parte de su vida y el resto sólo una y encontró que, las personas que hablaban más de un idioma empezaron a mostrar los síntomas y se les diagnosticó la enfermedad entre 4 y 5 años más tarde.

La doctora coincidió en señalar que una de las razones por las que el bilingüismo es un potente mecanismo de protección de los síntomas de demencia es que mantienen el cerebro activo. «Son como un gimnasio para el cerebro», dijo.

Pero Bialystok señaló que no hace falta ser bilingüe para disfrutar de los beneficios que aportan los idiomas, ya que incluso aunque se empiece a estudiar a los 50 años o a edades en las que es poco probable que se llegue a ser bilingüe «se está contribuyendo a una reserva cognitiva a través de actividades muy intensas», dijo.

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Hablar dos idiomas ayuda a retrasar la aparición del mal de Alzheimer

El dominio de un segundo idioma puede ejercitar de tal manera al cerebro que parece retrasar la aparición del mal de Alzheimer, según dijeron científicos el viernes.

Mientras más hábil sea alguien en el manejo de otra lengua es mejor, pero «todo sirve de ayuda», dijo Ellen Bialystok, profesora de psicología de la Universidad de York, en Toronto.

La mayor parte del estudio sobre el bilingüismo se centró en niños pequeños. Los científicos se preguntaban por qué el simple hecho de hablarle a los niños en dos idiomas les permite aprender ambos en el mismo tiempo que la mayoría de los pequeños toman para aprender uno.

Dijeron que su cerebro parece volverse más flexible y más capaz de realizar varias tareas a la vez. A medida que crecen, su cerebro muestra un mejor «control ejecutivo», una característica que permite un mejor funcionamiento. En palabras de Bialystok, es «la parte más importante de tu mente».

Bialystok estudió a 450 pacientes con Alzheimer, todos ellos con el mismo grado de deterioro en el momento del diagnóstico. La mitad han hablado dos lenguas con regularidad durante la mayor parte de sus vidas y el resto son monolingües.

Los pacientes bilingües tuvieron síntomas de Alzheimer y fueron diagnosticados entre cuatro y cinco años más tarde que aquellos pacientes que hablaban una sola lengua, dijo la investigadora durante la reunión anual de la American Association for the Advancement of Science (Asociación Estadounidense para el Avance de la Ciencia, AAAS).

El ser bilingüe no hace nada para evitar que alguien tenga el mal de Alzheimer, pero una vez que la enfermedad inicia su ataque silencioso, esos años de «control ejecutivo» le ofrecen a la persona una gran protección para que los síntomas no se manifiesten tan rápido, dijo Bialystok.

La profesora de psicología Teresa Bajo, de la Universidad de Granada en España, dijo que los pacientes bilingües tienen esencialmente ambas lenguas «encendidas» todo el tiempo, pero que el cerebro aprende a inhibir la que no es necesaria.

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Los más dormilones, los mejores en Matemáticas

Los adolescentes que más horas duermen son los que sacan mejores notas en Matemáticas, según un estudio realizado por investigadores de la Universidad de Granada y la Junta de Andalucía.

En declaraciones a Servimedia, el profesor de la institución granadina Raúl Quevedo explicó que «los mejores rendimientos se encuentran entre aquellos alumnos con un patrón de sueño medio (siete u ocho horas), pero hemos visto desviaciones atípicas (especialmente altas) en las notas que obtienen en Matemáticas» los que duermen más de nueve horas.

La investigación, publicada recientemente en la revista “International Journal of Clinical and Health Psychology”, se realizó entre 592 estudiantes de 12 a 19 años de un centro de Secundaria rural en la provincia de Sevilla, todos ellos con similar nivel socioeconómico (medio).

Los alumnos se dividieron en tres grupos según el tiempo que cada uno dedicaba al sueño: seis horas o menos, entre seis y nueve horas y nueve horas o más. Según sus resultados, las mejores calificaciones en conjunto se obtienen en los patrones de sueño medio, especialmente en Educación Física.

Sin embargo, las notas más altas de Matemáticas se ven claramente en aquellos alumnos que duermen más, apuntó Quevedo, quien aclaró que «en cualquier caso, los peores resultados figuran siempre en los patrones de sueño corto». Los autores apuntan a las exigencias propias de cada materia y a la somnolencia y capacidad de concentración que los alumnos desarrollan durante las clases.

Otro factor que influye en el rendimiento académico es el tiempo que las personas tardan en conciliar el sueño desde que se acuestan con esta intención (latencia), pues los que tardan menos de 15 minutos también sacan mejores

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Las ventajas de ser bilingüe

Hace décadas que los investigadores indagan en los efectos que tiene en el cerebro humano el conocimiento de dos lenguas distintas. En la última reunión de la Sociedad Americana para el Avance de la Ciencia (AAAS según sus siglas en inglés), que acaba de comenzar en Washington (EEUU), el bilingüismo tampoco ha pasado desapercibido.

Varias investigaciones presentadas en Washington, en el contexto de una jornada sobre ‘¿Qué nos dice el bilingüismo sobre nuestro cerebro?’, echan por tierra décadas en las que se temía que aprender dos lenguas podía crear confusión en el cerebro, sobre todo en el caso de los niños.

Uno de los estudios procede de los laboratorios de la Universidad de Granada, donde los profesores María Teresa Bajo y Pedro Macizo han trabajado con varios voluntarios que hablaban perfectamente tanto español como inglés (aunque no habían crecido necesariamente entre ambas lenguas).

Tras medir su tiempo de respuesta y actividad cerebral ante una pregunta, los investigadores observaron que las personas bilingües son capaces de activar dos idiomas al mismo tiempo, incluso en situaciones en las que sólo necesitan uno. Como explica su univeridad en una nota de prensa, el blingüismo no sólo mejora la atención sino que también es entrena la memoria de estas personas, como si fuese una especie de ‘gimnasia mental’.
Desde la infancia

Más sorprendente es el hallazgo de Nùria Sebastián-Gallés, de la Universidad Pompeu Fabra de Barcelona. En sus trabajos con varios niños de cuatro, seis y ocho meses, criados en hogares donde se hablaba indistintamente el catalán o el castellano, detectó que los pequeños bilingües son inculso capaces de discernir entre dos idiomas que no conocen.

A los pequeños se les pusieron varios vídeos sin sonido en los que aparecían personas hablando en inglés o francés (dos idiomas desconocidos en el hogar de los bebés). Incluso aunque nunca habían escuchado dichas lenguas, los investigadores aseguran que los niños fueron capaces de distinguirlas únicamente por las expresiones faciales de quienes aparecían en el vídeo. Una evidencia, a su juicio, de que el bilingüismo amplia la capacidad perceptiva del cebrebro.
Otras ventajas

Aunque como ha reconocido en el mismo foro Judith Kroll, de la Universidad de Pensilvania (EEUU), todas estas ventajas no significan que las personas bilingües sean más inteligentes, ni que aprendan mejor. En su caso, sus hallazgos muestran que son, eso sí, personas ‘multitarea’, capaces de procesar varias tareas al mismo tiempo y despreciar rápidamente la información irrelevante que percibe su cerebro.

Recientemente, un estudio sobre el mismo tema publicado en la revista ‘Neurology’ por Elen Byalistok (de Toronto) mostró que usar dos lenguas cada día conseguía retrasar una media de cuatro años la aparición de Alzheimer. Y aunque las mayores ventajas se observaron en las personas que usabanambas lenguas a diario, la investigadora canadiense destaca que incluso practicar en verano esa segunda lengua aprendida en el colegio puede ser beneficioso contra la demencia.

Cambiar de un idioma a otro, explicaba Byalistok, parece ser un estímulo para el cerebro, de manera que éste se fabrica una especie de ‘reserva cognitiva’. Su siguiente paso va a ser comprobar si, además de una mejora cognitiva, el bilingüismo también provoca cambios físicos en la estructura del cerebro.

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Los más dormilones, los mejores en matemáticas

Los adolescentes que más horas duermen son los que sacan mejores notas en Matemáticas, según un estudio realizado por investigadores de la Universidad de Granada y la Junta de Andalucía.

En declaraciones a Servimedia, el profesor de la institución granadina Raúl Quevedo explicó que «los mejores rendimientos se encuentran entre aquellos alumnos con un patrón de sueño medio (siete u ocho horas), pero hemos visto desviaciones atípicas (especialmente altas) en las notas que obtienen en Matemáticas» los que duermen más de nueve horas.

La investigación, publicada recientemente en la revista “International Journal of Clinical and Health Psychology”, se realizó entre 592 estudiantes de 12 a 19 años de un centro de Secundaria rural en la provincia de Sevilla, todos ellos con similar nivel socioeconómico (medio).

Los alumnos se dividieron en tres grupos según el tiempo que cada uno dedicaba al sueño: seis horas o menos, entre seis y nueve horas y nueve horas o más.

Según sus resultados, las mejores calificaciones en conjunto se obtienen en los patrones de sueño medio, especialmente en Educación Física.

Sin embargo, las notas más altas de Matemáticas se ven claramente en aquellos alumnos que duermen más, apuntó Quevedo, quien aclaró que «en cualquier caso, los peores resultados figuran siempre en los patrones de sueño corto».

Los autores apuntan a las exigencias propias de cada materia y a la somnolencia y capacidad de concentración que los alumnos desarrollan durante las clases.

Otro factor que influye en el rendimiento académico es el tiempo que las personas tardan en conciliar el sueño desde que se acuestan con esta intención (latencia), pues los que tardan menos de 15 minutos también sacan mejores calificaciones, concluye el estudio.

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