LA UGR PONE EN MARCHA UNO DE LOS LABORATORIOS MÁS AVANZADOS DEL MUNDO EN LA CARACTERIZACIÓN DE DISPOSITIVOS NANOELECTRÓNICOS

Valorado en más de 2 millones de euros, está ubicado en el Centro de Investigación en Tecnologías de la Información y de las Comunicaciones de la Universidad De Granada (CITIC-UGR). Las nuevas instalaciones servirán para el estudio de los dispositivos electrónicos que formarán parte de todos los instrumentos electrónicos (móviles, ordenadores, smartphones, electrónica doméstica, instrumentación médica, etc..).

El grupo de Nanoelectrónica de la Universidad de Granada acaba de poner en marcha un nuevo laboratorio de caracterización nanoelectrónica valorado en más de 2 millones de euros en el Centro de Investigación en Tecnologías de la Información y de las Comunicaciones de la Universidad de Granada (CITIC-UGR).

Este laboratorio es uno de los más avanzados del mundo en la caracterización de dispositivos nanoelectrónicos, es decir, el estudio de los dispositivos electrónicos que formarán parte de todos los instrumentos electrónicos (móviles, ordenadores, smartphones, electrónica doméstica, instrumentación médica, etc..).

La instalación permite el estudio de los dispositivos más avanzados que se fabrican actualmente, tanto a bajas como a altas frecuencias, así como en un amplio rango de temperaturas (desde -60ºC hasta +300ºC). Para la utilización de este laboratorio, el Grupo de Nanoelectrónica de la UGR ha firmado acuerdos con el Tokyo Institute of Technology en Japón, la empresa SOITEC en Francia, y los dos centros tecnológicos europeos más importantes en el campo de la Nanoelectrónica: CEA-LETI en Grenoble (Francia) e IMEC en Leuven (Bélgica).

En virtud de estos acuerdos, los dispositivos fabricados en estos centros de excelencia serán estudiados en el laboratorio de la Universidad de Granada. Además, actualmente el Grupo de Nanoelectrónica de la UGR se encuentra en proceso de firma de otro convenio de colaboración con la Kyungpook National University (KNU) de Corea para el suministro de muestras que serán estudiadas en este laboratorio.

Samsung e Intel

Como apunta el director del grupo de investigación, Francisco Gámiz, “este acuerdo es muy importante, porque la KNU es el centro de referencia de la empresa Samsung, una de las principales industrias electrónicas mundiales junto con Intel”.

El CITIC-UGR es un centro que aglutina a distintos grupos de investigación de la Universidad de Granada para fomentar la investigación de excelencia y obtener una masa crítica de investigadores en el campo de las Tecnologías de la Información y de las Comunicaciones (TIC). Entre los objetivos del Centro se encuentra el incremento de las capacidades de investigación de los grupos que lo componen mediante el uso compartido de recursos, la coordinación y el fomento de sinergias, con el fin último de alcanzar un nivel de referencia tanto nacional como internacional.

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20 Minutos

Pág. 2: Nuevas obras de la Universidad

Laboratorio puntero en la Universidad

Pág. 13 – Publicidad: Plazo de inscripción para las pruebas de acceso a la Universidad para mayores de 25 y 45 años (Convocatoria 2011)

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Meno antiossidanti nel latte materno in caso di parto prematuro

Il latte materno delle donne che hanno avuto un parto prematuro ha una minore quantità di coenzima Q10, composto molto importante per la sua funzione antiossidante. Si tratta delle conclusioni di uno studio condotto dall’Università di Granada e dall’Ospedale Universitario San Cecilio su 30 madri, di cui 15 con figli nati da parto pretermine e 15 con neonati considerati a termine.

I ricercatori hanno esaminato accuratamente anche l’alimentazione delle mamme per essere certi che la composizione del latte non dipendesse da tale fattore. Per ogni mamma sono stati analizzati 3 campioni di latte: colostro, latte di transizione e latte maturo. Come si legge nell’articolo pubblicato su ‘consumer.es’, gli esperti hanno preso in considerazione in particolare i livelli di coenzima Q e di Tocoferolo e la capacità antiossidante totale del latte materno. I risultati dello studio mostrano concentrazioni di coenzima Q più alti del 75% nel latte delle mamme che partoriscono al termine di una gestazione di circa 40 settimane rispetto a quelle con parto prematuro. La scoperta potrebbe avere delle implicazioni importanti soprattutto a livello della produzione di latte artificiale per neonati, affinchè i bimbi che non vengono allattati al seno possano comunque avere tutti i benefici del latte materno.

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Público

Pág. 33: Los investigadores piden ayuda al Congreso para salvar la I+D

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El Mundo

G / U / CAMPUS – Pág. 1: La eficiencia investigadora, a examen

G / U / CAMPUS – Pág. 6: Lo que cuesta investigar

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Latte materno meno nutriente se il parto è pretermine

Se i neonati vengono al mondo prima dei nove mesi canonici  il latte materno risulta carente di sostanze nutrienti benefiche come il Q10, un enzima antiossidante.

La  notizia arriva dalla Spagna dove un gruppo di ricercatori dell’Università di Granada e dell’Ospedale San Cecilio  hanno analizzato il latte di 30 donne, la metà delle quali aveva partorito con qualche settimana di anticipo.

Gli scienziati spagnoli hanno innanzitutto valutato se nelle tre fasi del latte materno ovvero colostro,  latte di transizione e latte maturo vi fossero variazioni nei livelli di coenzima Q10 e di tocoferolo, poi hanno accertato la diminuzione della quantità del coenzima Q10 nel latte delle madri che avevano partorito prima del termine.

In particolare i livelli medi di coenzima Q10 nel colostro erano del 75% più bassi nelle madri pretermine rispetto a quelle che avevano partorito allo scadere delle 40 settimane fisiologiche e, in parallelo, anche i livelli di tocoferolo sono risultati più bassi.

Secondo gli studiosi il lavoro svolto ha apportato conoscenze utilissime per la salute dei neonati, soprattutto dei prematuri. La conoscenza più approfondita delle dosi e degli elementi del latte è infatti basilare per poter apportare correzioni e aggiunte artificiali in caso di scarsità.

Inoltre si tratta di dati davvero significativi non solo perchè forniscono informazioni essenziali sui reali bisogni nutrizionali dei neonati, e perchè riguardano una componente del latte materno fino a oggi poco studiata, ma soprattutto perchè si tratta di informazioni preziose che permetteranno di realizzare un latte artificiale il più possibile simile al latte materno per i casi in cui non risulti possibile l’allattamento al seno della madre.

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Ideal

Pág. 8: Observatorio de Cambio Global de Sierra Nevada

Pág. 13: La UGR inaugura un laboratorio sobre nanoelectrónica único en España

Pág. 52: Fotógrafos noveles de todo el mundo homenajearán en el Albaicín a Enrique Morente

Pág. 53: «El trabajo sexual es tan digno como cualquier otro»

Pág. 65: Charla de Kathy Kopinak

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Granada Hoy

Pág. 3: Selectividad selectiva

Pág. 14: La crisis en el empleo público obliga a futuros educadores a buscar opciones a la enseñanza

La UGR pone en marcha uno de los laboratorios más avanzados

Pág. 22 y 23: Banderas para seis represaliadas por el franquismo

Pág. 40: Más de 2.000 científicos reclaman más atención a Zapatero

Pág. 48: PA-TA-TA 2011 sembrará de fotografías el Albaicín

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Quei tre mesi di latte materno

I sapori assorbiti attraverso il latte materno formano i gusti del bambino, in particolar modo tra i 2 e i 5 mesi di vita. Lo afferma uno studio dell’Università di Philadelphia presentato al meeting dell’American Association for the Advancement of Science, in corso a Washington. I ricercatori hanno dimostrato la loro teoria dando sistematicamente ai neonati un latte artificiale arricchito dal sapore amarognolo e acido, che però i piccoli hanno continuato a cercare ed apprezzare anche nei mesi successivi e fino all’adolescenza. Bambini a cui questo latte era stato dato dopo i sei mesi di vita, invece, lo hanno rifiutato.

»Abbiamo dimostrato che il periodo tra i 2 e i 5 mesi di vita è fondamentale per formare il gusto – ha spiegato Gary Beauchamp, uno degli autori della ricerca – e crediamo che la madre sia in grado di orientare questo processo, ad esempio mangiando molta frutta e verdura durante la gravidanza e l’allattamento».

Lo studio conferma l’importanza del latte materno, il cui valore non è sempre stato riconosciuto da tutti. «Quando mi sono laureato – ricorda il dietologo Ciro Vestita dell’università di Pisa, esperto di alimentazione infantile – alcuni autorevoli professori sostenevano che il latte artificiale fosse meglio di quello naturale. Una teoria sbagliata. Il latte materno conferisce un apporto nutritivo pazzesco: basti pensare al fatto che i bambini allattati al seno sviluppano asma e allergie solo in rarissimi casi, al contrario di quelli cresciuti con quello artificiale».

Vestita
è d’accordo con la possibilità che il sapore del latte della madre influenzi i gusti del bambino: «Durante la gravidanza e subito dopo – spiega – la mamma assorbe attraverso il cibo sostanze che vengono percepite dal bambino e gli permettono di accettare o meno un certo alimento. Se, ad esempio, una donna incinta mangia molti calvolfiori, assorbirà delle molecole solforate che, trasmesse attraverso il latte, permetteranno al figlio di apprezzare un alimento non sempre amato durante l’infanzia». La composizione nutritiva del latte materno però è tanto preziosa quanto delicata e alterabile. «Se una madre beve alcolici o fuma – conclude l’esperto – il figlio assorbirà sostanze tossiche. Bisogna insomma stare molto attenti».

La possibilità di produrre latte scarsamente nutritivo dipende anche da fattori indipendenti dalla volontà dei genitori. Proprio in questi giorni i ricercatori dell’Università di Granada e dell’Ospedale San Cecilio, in Spagna, hanno scoperto che il parto prematuro impoverisce il latte materno, in questi casi carente dell’enzima Q10. Lo studio, pubblicato su Free Radical Research, ha messo a confronto trenta donne che allattavano al seno (di cui quindici avevano partorito prematuramente) riscontrando che le madri con bambini nati «regolarmente» avevano un latte con livelli di Q10 più alti del 75% rispetto a quelle che avevano avuto figli prematuri; e lo stesso valeva per il tocoferolo e altri antiossidanti.

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Advierten de la necesidad de actuar en entornos sociales que favorecen la radicalización islamista de los jóvenes

Una investigación realizada en la Universidad de Granada (UGR) evidencia que la asistencia periódica a ciertos oratorios y mezquitas puede ser un factor de riesgo crucial para la radicalización de los jóvenes musulmanes que viven en España. Algunos entornos urbanos en los que se ubican ciertos centros educativos son «puntos calientes» sobre los que es imprescindible actuar para inhibir la polarización intergrupal y favorecer la verdadera integración social de estos jóvenes.

Los expertos advierten de que en España existen varias decenas de contextos de riesgo, sobre los que las autoridades deberían centrar su atención. Trabajar para dificultar la creación de ‘guetos’, establecer dispositivos de coordinación estratégica educativa, exigir una formación previa a los imanes y apoyar psicosocialmente a los menores en riesgo son algunos de los objetivos preventivos que deberían tenerse en cuenta en cualquier estrategia global, según se señala en este trabajo, realizado por Manuel Moyano Pacheco, investigador del Departamento de Psicología Social y Metodología de las Ciencias del Comportamiento de la Universidad de Granada, y dirigido por Humberto Trujillo Mendoza.

Su objetivo fundamental ha sido indagar en los factores potencialmente contribuyentes a la radicalización islamista de los jóvenes musulmanes de España y construir un novedoso instrumento de evaluación diagnóstica del riesgo de dicha radicalización.

Así, el ‘Cuestionario sobre Riesgo de Radicalización Islamista en Jóvenes’ (CRRIJ), fruto de este estudio, es un instrumento que evalúa diferentes variables sociodemográficas, de posicionamiento y de conducta religiosa, así como múltiples factores potencialmente contribuyentes a la radicalización, entre los que cabe destacar el ‘Extremismo Religioso’, el ‘Conflicto Percibido’, la ‘Privación Relativa’ y la ‘Legitimación del Terrorismo’.

CUATRO CONTEXTOS DE INTERÉS PRIORITARIO

Para el desarrollo de la investigación se cogió una muestra conformada por 1.952 jóvenes, pertenecientes a 34 centros educativos localizados en 24 zonas geográficas de España. De los 1.952 jóvenes, 282 eran musulmanes.

Del estudio se desprende que las chicas musulmanas puntúan más elevado, y de una forma estadísticamente significativa, en factores que, a priori, pueden considerarse protectores de la radicalización islamista, tales como la ‘Resistencia Psicológica’, el ‘Apoyo Social’, la ‘Integración Social’ y el ‘Patriotismo’. En ‘Extremismo Religioso’ puntúan de forma similar chicos y chicas musulmanes; en ‘Legitimación del Terrorismo’ puntúan algo más elevado los chicos, pero no de una forma estadísticamente significativa.

Además, los investigadores han realizado una evaluación en profundidad del riesgo de radicalización en cuatro contextos sociales de gran interés estratégico desde un punto de vista de la seguridad: el barrio del Puche en Almería, Ceuta, Melilla y varios puntos geográficos de la provincia de Barcelona (Vic, Manlleu y barrio del Raval). Según los datos obtenidos, el barrio del Puche es el que presenta unos indicadores globales de mayor riesgo de radicalización islamista. Otro aspecto a destacar es que, tanto en Ceuta como en Melilla, musulmanes y no-musulmanes puntúan de forma similar en ‘Integración Social’ y ‘Patriotismo’, siendo la polarización intergrupal más evidente en lo que respecta a los aspectos religiosos.

Los investigadores de la UGR consideran «muy preocupante» la legitimación de la violencia en nombre del Islam que puede darse en determinados escenarios. Así, «en ciertos entornos escolares se han detectado indicadores de riesgo anclados en una elevada legitimación del terrorismo islamista, actitudes combativas y posicionamiento favorable a la ‘sharia’ (ley islámica) en detrimento de la normalización democrática».

En el informe de investigación se hace hincapié en la necesidad de estudiar el fenómeno de la radicalización islamista siguiendo el modelo general de investigación científica, siendo prioritaria la obtención sistemática de datos empíricos como resultado de llevar a cabo investigaciones de campo rigurosas y, por la tanto, alejadas de la mera especulación intuitiva.

Se hace explícito que en nuestro país son muchas las personas que emiten informes sobre este complejo y sensible fenómeno guiadas, a veces, por un desmedido afán de notoriedad social y sin haber realizado investigación empírica de campo ni disponer de una base de datos sólida sobre el mismo, lo cual ayudará poco a la solución de este gran problema.

Los autores de este trabajo consideran que, en la medida en que los políticos responsables de la toma de decisiones sobre esta temática confíen en estudios no empíricos y, así, poco rigurosos sobre los procesos psicosociales que subyacen a la radicalización islamista y el terrorismo, «las acciones para gestionar el riesgo e implementar medidas preventivas estarán basadas en premisas meramente especulativas y, por lo tanto, cuestionables en lo que a su eficacia proactiva se refiere».

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Aprender idiomas puede retrasar la aparición del Alzheimer

Aprender idiomas es la mejor gimnasia cerebral que existe, ya que no sólo proporciona la capacidad de comunicarse con otros, sino previene demencias seniles como el Alzheimer, aseguró el pasado fin de semana un panel de expertos reunido en Washington.

Durante la reunión anual de la Asociación Estadounidense para el Avance de la Ciencia (AAAS), los investigadores indicaron que los estudios realizados con individuos en diferentes etapas de su aprendizaje, desde los bebés hasta los adultos, han demostrado que las personas bilingües tienen mayores capacidades de concentración y aprendizaje.

«Dicen que los niños que tienen dos idiomas parece que lo tienen más confuso pero eso no es así, ya que desde muy pequeños aprenden a separar los idiomas y evitan las interferencias», señaló la doctora María Teresa Bajo, del departamento de psicología experimental de la Universidad de Granada.

Los idiomas tienen estructuras diferentes y requieren estructuras cognitivas diferentes, aseguró, pero está demostrado que los niños que aprenden dos idiomas, ya sea castellano y catalán, que tienen una raíz común, o sean dos idiomas totalmente diferentes, como el inglés y el francés, tienen la memoria activa en todo momento.

Esto beneficia a la capacidad de concentración a la hora de realizar una tarea y ayuda a desarrollar más algunas partes del cerebro.

Según explicó, los niños bilingües son capaces de cambiar de un idioma a otro sin dificultad y a diferencia de quien aprende un idioma de adulto, que tiene que dejar de pensar en uno para centrarse en el otro, ellos mantienen abiertos los dos canales.

Alternar entre las lenguas permite a las personas bilingües ejercer sus mentes de manera más eficaz que las personas que hablan un solo idioma, aseguró.

«Los niños bilingües son capaces de alguna manera de negociar entre la competencia de las lenguas, lo que incrementa sus habilidades cognitivas y les hace más capaces a la hora de realizar varias tareas a la vez», señaló.

Pero no sólo ser bilingüe, sino también aprender un idioma de adulto puede ayudar a retrasar los efectos del envejecimiento, según explicó la doctora Ellen Bialystok, profesora de Psicología de la Universidad de York en Toronto (Canadá).

Bialystok mostró los resultados de un estudio realizado con 450 pacientes con Alzhemier. La mitad había hablado dos lenguas la mayor parte de su vida y el resto sólo una y encontró que, las personas que hablaban más de un idioma empezaron a mostrar los síntomas y se les diagnosticó la enfermedad entre 4 y 5 años más tarde.

La doctora coincidió en señalar que una de las razones por las que el bilingüismo es un potente mecanismo de protección de los síntomas de demencia es que mantienen el cerebro activo. «Son como un gimnasio para el cerebro», dijo.

Pero Bialystok señaló que no hace falta ser bilingüe para disfrutar de los beneficios que aportan los idiomas, ya que incluso aunque se empiece a estudiar a los 50 años o a edades en las que es poco probable que se llegue a ser bilingüe «se está contribuyendo a una reserva cognitiva a través de actividades muy intensas», añadió.

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La Complutense y la Universidad de Granada, entre las cinco universidades mejor valoradas

La Universidad Complutense de Madrid y la Universidad de Granada han sido valoradas por los internautas como dos de las cinco mejores universidades de Europa, según se desprende de la nueva revisión del Ranking Mundial de Universidades (´International Colleges and Universities´). Este prestigioso ranking se acaba de publicar y considera la popularidad en Internet de 10.200 instituciones de Educación Superior, distribuidas entre más de 200 países.   

El resto de universidades que aparecen en el ´top-5 europeo´ de las mejor valoradas son la Universidad de Cambridge, Universidad de Oxford y la Eidgenössische Technische Hochschule de Zurich.

Además de la UCM y de la Universidad de Granada, en el ranking aparecen otras universidades españolas como la Universidad de Valencia (puesto nº 18), Barcelona (22), Politécnica de Valencia (32), Salamanca (43), Alicante (45), Navarra (46), País Vasco (48), La Rioja (57), Zaragoza (59), Politécnica de Madrid (64), Autónoma de Madrid (69), Politécnica de Cataluña (72), Castilla La Mancha (85), Autónoma de Barcelona (92).

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